Come cambia il modo di fare musica

CSM College Prontopro

Da sempre la tecnologia ha, nel nostro lavoro, un ruolo predominante. Nella musica degli ultimi 70′ l’evoluzione tecnologica è stata protagonista, introducendo nuovi strumenti, nuove sonorità, nuovi modi di creare e fruire la musica.
Molti generi musicali sono legati alla comparsa di strumenti elettrici ed elettronici: pensiamo, ad esempio, a tutta la produzione rock dai tardi anni ’60, che si è sviluppata tra psichedelia e prog grazie all’arrivo dei sintetizzatori; oppure la musica elettronica, la cui continua metamorfosi è figlia della sempre maggiore velocità di progresso tecnologico.

L’avvento dell’era digitale ha poi portato una sorta di rivoluzione nella produzione musicale e nel mercato: oggi registrare un disco è facile ed economico, così come facile è trovare – nel web – la musica che un tempo si poteva solo comprare in un negozio. Conseguentemente è cambiato (e continua a cambiare) il modo di lavorare in questa industria che, comunque, continua ad essere affascinante.

Continua a leggere l’articolo sul blog Prontopro.

La Classe Creativa alla Settimana del PNSD

CSM College PNSD Caserta

Il Piano Nazionale della Scuola Digitale è un documento rilasciato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che descrive le strategie che si intendono adottare per innovare la scuola italiana in ottica digitale.

A un anno dall’entrata in vigore di questo piano, il MIUR ha organizzato una tre giorni aperta a studenti, insegnanti, presidi e innovatori alla Reggia di Caserta per fare il punto della situazione dei progressi compiuti fino a qui.

L’innovazione è, da sempre, nel DNA del CSM College; negli ultimi anni, abbiamo sviluppato una serie di progetti in questo senso. Uno fra tutti, La Classe Creativa, si sposa perfettamente con il tipo di innovazione che si intende portare nella scuola italiana: sfruttare strumenti digitali (nel nostro caso iPad) per sviluppare la creatività, la cooperazione e l’interculturalità.

La Classe Creativa, Workshop PNSD
Un momento di uno dei due workshop con gli insegnanti provenienti dalle scuole di tutta Italia

Quando abbiamo ricevuto l’invito dal Ministero per partecipare in qualità di relatori alla Settimana del PNSD, eravamo entusiasti ma, nel contempo, un po’ spaventati dalle 15 ore abbondanti di macchina che avremmo dovuto affrontare per andare e tornare da Caserta.

Abbiamo chiesto agli studenti del primo anno del BTEC Higher National Diploma in Music di venire con noi per aiutarci nel realizzare i workshop (e sappiamo bene che gli studenti non dicono mai di no quando si propone di fare una gita).

Pepe Gasparini's Digital Band
Un istante prima di salire sul palco: non capita tutti i giorni di suonare in location del genere

Per noi è stato davvero emozionante portare la nostra esperienza a formatori e presidi provenienti da tutta Italia e siamo orgogliosi di essere riusciti a farli suonare con noi nel giro di pochi minuti.

A coronare la giornata di sabato, la performance serale in cui i nostri studenti hanno suonato cinque brani utilizzando esclusivamente gli iPad.

CSM College Caserta PNSD
Un dettaglio della performance

Per concludere, un sentito ringraziamento al MIUR per l’invito, ai nostri partner ABC.it e Musicalbox per il supporto tecnico, ai nostri studenti Michele, Lorenzo, Cesare, Giovanni e Alessandro e a Carmine, direttore della scuola Spazio Musica di Pomigliano d’Arco, con cui collaboriamo da diversi anni, per l’ospitalità.

 

Dalle mosche alla batteria: le spazzole

Nell’ambiente jazz vediamo frequentemente usare, dai batteristi, un particolare tipo di bacchette note con il nome di spazzole e, come vedremo a breve, poche cose hanno una storia così particolare.

Tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 una piaga, tutt’ora esistente, affliggeva la vita quotidiana delle persone, nell’intimità delle loro stesse case. Questa piaga portava, e tutt’ora porta, il nome di mosca. Un insetto malefico, ultimo elemento della diretta progenie di Satana e regalatoci dallo stesso per infastidirci nel profondo, invadendo i nostri piatti e rompendo il silenzio nei momenti di relax con il suo fastidioso ronzio.

Al tempo la scienza, nel campo della chimica, non ci aveva ancora regalato attrezzi di sterminio come i veleni spray e le luci elettrificate, quindi il metodo più comune per tentare di liberarsi dall’eterno fastidio di queste bestie era il vecchio, ma sempre funzionale, giornale arrotolato utilizzato come clava. Il problema di questa tecnica, oltre al fatto che presupponeva una preparazione fisica e atletica notevole da parte del fruitore, era che, una volta compiuto il violento agguato al maledetto insetto che dopo ore di volo si era dolcemente appoggiato su di un muro, la sua memoria rimaneva indelebile sulle pareti e superfici dell’abitazione.

Per anni si sperimentarono diverse tecniche e metodi per risolvere questo problema e combattere l’epidemia senza dover passare le poche giornate libere ad imbiancare nuovamente le pareti delle case, finché nel 1895, con grande lampo di genio, Julian Bigelow, a Worcester nello stato del Massachussets in America, sviluppò il suo innovativo prototipo di moschicida, noto con il nome di fly-killer.

49141ff0953768a5a244ab8490fe878a

Quest’innovativo oggetto, illustrato nell’immagine presa dal Registro dei Brevetti degli Stati Uniti d’America, funzionava esattamente come il giornale arrotolato ma, grazie alla sua particolare struttura di filamenti metallici, uccideva la mosca lasciandola intatta.

Ovviamente questo primo prototipo si evolse poi nel tempo, per risolvere i diversi difetti come la sua poca longevità, ma questa è tutt’altra storia da quella che vi voglio raccontare.

Storicamente il primo utilizzo di quest’utensile moschicida sulle pelli di una batteria non è ben definito. Alcuni riconducono quest’avvenimento all’influenza che ebbe l’alcool su alcune jam session tra musicisti, mentre altri ne rivendicano l’idea come propria. Questo è il caso del musicista Ferdinand ‘Jelly Roll’ Morton, eccezionale pianista cresciuto tra i bordelli di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans, poi diventato icona del jazz attorno al 1920, o, come a noi miscredenti del jazz piace identificarlo, quello che salì sulla nave da crociera per sfidare Novecento al pianoforte nel monologo teatrale di Alessandro Baricco.

Morton, infatti, rivendicò l’idea come sua in una lettera scritta a Downbeat Magazine e pubblicata dalla stessa nel settembre 1938, raccontando che quando suonava a Los Angeles, verso la fine del 1910, aveva un batterista che suonava il rullante talmente forte che una sera gli diede un paio di fly-killer per scherzo, il batterista stette al gioco e suonò con questi e si accorse che funzionavano talmente bene e dolcemente che continuò ad usarli. Vero o no, Morton viene comunque identificato come colui che introdusse le spazzole al mondo del jazz e a testimonianza di questo vi è una registrazione che fece con Warren ‘Baby’ Dodds, nel 1927, riconosciuta come una delle prime in cui la batteria viene suonata con le spazzole.

Tanti altri musicisti in realtà ne rivendicarono l’invenzione nel tempo, tuttavia ciò che è certo è che nel 1920 Ludwig&Ludwig, azienda ancora oggi nota per la produzione di strumenti musicali a percussione, ne iniziò la produzione presentandole col nome di “Jazz-Sticks”.

L’utilizzo di questo tipo di bacchette nel jazz fu rivoluzionario negli anni Venti. Queste particolari bacchette permisero ai batteristi di suonare anche a dinamiche incredibilmente basse e, con l’evoluzione delle diverse tecniche, introdussero quelle sonorità che anche oggi conosciamo come peculiari delle spazzole. Ricordando, inoltre, che fino agli anni ’30 non esisteva ancora il charleston come oggi lo conosciamo, i brani venivano principalmente accompagnati sul rullante e, con l’utilizzo di queste spazzole, si poteva raggiungere un suono incredibilmente dolce, come per esempio quello dato dallo strascico delle spazzole in un movimento circolare sulle pelli ruvide. Tutti questi colori, come già detto, aprirono un nuovo modo di intendere la batteria ed il modo di suonarla che, dalla seconda metà del ‘900 ad oggi, si sono evolute in tantissimi modi espandendosi anche ad altri generi, come per esempio l’utilizzo nella musica folk americana, in cui i brani spesso vengono accompagnati da ritmi reel utilizzando le spazzole come fossero bacchette normali, ottenendo così un particolarissimo colore che caratterizza quel tipo di accompagnamento.

Questo è solo un esempio dei diversi utilizzi di queste bacchette, ma la loro simpatica storia ci porta ad una domanda su cui riflettere con attenzione: cosa sarebbe stato dei bellissimi brani jazz, come per esempio Naima di John Coltrane o Yardbird Suite di Charlie Parker, senza le mosche?

Peter A. Leach
studente HND in Music

La musica sul piccolo schermo: le serie tv musicali da non perdere

Serie TV - Mozart in the Jungle

Negli ultimi anni le serie TV sono diventate un vero e proprio fenomeno di massa, destinato a crescere ancora. Sceneggiatori, registi e produttori attraverso questa forma di narrazione raccontano e sviluppano storie che altrimenti sarebbero sacrificate nei tempi di un classico lungometraggio. Il pubblico, sempre più numeroso, sembra apprezzare questa nuova tendenza tuffandosi negli svariati mondi paralleli che vengono creati e affezionandosi a storie e personaggi.

Se, in passato, il legame tra serie tv e musica è sempre stato stretto – vi ricordate Saranno Famosi, no? – nell’ultimo decennio sembrava essersi indebolito. Da un paio di anni, però, questa tendenza sia è nuovamente invertita e sembra che il mondo delle serie abbia riscoperto questo antico legame con risultati davvero notevoli.

Ecco un breve elenco delle serie tv musicali già in onda (o in uscita a breve) che riteniamo più interessanti.

Mozart in the Jungle

Creata da Amazon studios e andata in onda per la prima volta nel 2014, Mozart in the Jungle è una serie tv ispirata al libro Mozart in the jungle, sex, drugs and classical music di Blair Tindall.

Protagonista della serie è una giovane oboista a cui viene data un’occasione unica: suonare nella più celebre orchestra newyorkese dopo essere stata scoperta dal nuovo direttore Rodrigo de Souza (interpretato da Gabriel Garcìa Bernal) ingaggiato per sostituire il vecchio direttore e ridare vita a un’ensemble più interessata ai problemi contrattuali che alla musica.

Questa serie è interessante perché, seppur in modo molto romanzato, mostra alcuni interessanti retroscena della musica classica contemporanea e i suoi problemi di budget, finanziamenti e pubblico.

Empire

Lucius Lyon è un ex delinquente di strada che, negli anni, è riuscito a costruire un vero e proprio impero: la Empire Entertainment, etichetta discografica a conduzione familiare che rappresenta i più grandi artisti della scena Hip Hop mondiale. Tutto questo, però, rischia di crollare nel momento in cui gli viene diagnosticata la SLA, malattia degenerativa che lo renderà invalido nel giro di tre anni.

Lucius deve affrontare un’importante decisione: a quali dei suoi tre figli lasciare il controllo dell’azienda. Hakeem, il più giovane, è il suo prediletto ma è troppo viziato e pensa solo alla fama, Jamal, il figlio di mezzo, è talentuoso e rifugge dai riflettori ma la sua omosessualità imbarazza il padre e infine Andre, il maggiore, che è un brillante uomo d’affari ma non ha il carisma per guidare un’etichetta discografica.

La faccenda si complica ulteriormente quando Cookie, l’ex moglie di Lucius e madre dei tre ragazzi, esce dal carcere grazie ad uno sconto di pena dovuto alla buona condotta.

Se siete amanti dell’Hip Hop, questa serie, prodotta da Fox, fa sicuramente al caso vostro.

Vinyl

La prima puntata di questa serie è andata in onda meno di un mese fa (14 febbraio) ma è già sulla bocca di tutti. Il motivo? È prodotta da Mick Jagger e Martin Scorsese e questo dovrebbe essere sufficiente per farvi venire voglia di vederla.

La serie ripercorre la storia dell’ascesa del rock e del punk nella New York degli anni ’70. Il successo di spettatori dell’episodio pilota ha costretto il canale HBO ad annunciare immediatamente il rinnovo della serie stessa per una seconda stagione.

The Get Down

Di questa serie – non ancora uscita – non abbiamo altro che il trailer (che potete vedere qui sopra) e alcuni dettagli: gli episodi, in tutto 13, saranno disponibili su Netflix ad agosto, è stata creata da by Baz Luhrmann e Shawn Ryan, e, come Vinyl, è ambientata nella New York degli anni ’70 in un momento storico in cui, nella città americana, stavano esplodendo il punk, l’hip hop e la disco.

Sonic Highways

Sonic Highways è il titolo dell’ultimo album in studio dei Foo Fighters uscito nel novembre del 2014. Non tutti sanno, però, che ad accompagnare le tracce musicali c’è anche una serie tv che ritrae il gruppo alla ricerca dell’ispirazione per registrare il disco in giro nei più importanti studi di registrazione americani.

Se amate i Foo Fighters o tutti gli aspetti nerd legati al mondo della registrazione e degli studi, non potete farvi scappare questa serie.

Buon binge watching!

Trane: un treno supremo

Ebbene sì: provate a chiedere a una persona qualunque chi è John Coltrane, vi risponderà certamente la prima cosa che le salta in mente o semplicemente che non ne ha la minima idea; fate poi la stessa domanda a un musicista o appassionato di jazz, vi risponderà che John William Coltrane (23 Settembre 1926-17 Luglio 1967) è uno degli dei dell’Olimpo musicale e jazzistico.

Intelligenza suprema, carattere riservato e riflessivo, appassionato alla letteratura, alla poesia, alle culture orientali, che rientreranno nella sua musica negli anni ’60; credente, prova a cantare a 8 anni nel coro della chiesa ma, siccome stonato, insicuro e timido, viene cacciato. A 13 anni entra come clarinettista nella banda dei boy scout e al liceo inizia a suonare il sax contralto; tra il ’48 e il ’51, dopo aver passato tre anni alle Hawaii a suonare il clarinetto nella banda militare della Marina, suona il sax contralto tra New York e Philadelphia in diversi gruppi e orchestre, tra cui il gruppo dei fratelli Heath e l’orchestra di Dizzy Gillespie.

Ma è nel ’52 che il genio incontra il suo mezzo espressivo, inizia a suonare il sax tenore dopo che l’orchestra di Gillespie diventa settetto e nel ’55 arriva colui che con un’equazione matematica si può definire così: John Coltrane sta al sax tenore come Miles Davis sta alla tromba. Ed è proprio così: tutti e due alla ricerca interiore ed estetica di nuove soluzioni armoniche, nuove sonorità e nuovi modi di fare e pensare la musica.

Con Miles, Coltrane ha preso il treno, quel treno che lo farà viaggiare verso la sua arte, il suo modo di improvvisare, di comprendere e creare musica, di penetrare  e scavare dentro l’armonia e la melodia di ogni brano; quel treno che è anche il suo sound, la sua voce, il suo urlo (“Trane” veniva soprannominato, per assonanza con la parola inglese train: il treno).

Coltrane sarà sempre, tutta la sua vita, in ricerca, in viaggio nel suo modernissimo treno:

« Non so esattamente ciò che sto cercando, qualcosa che non è stato ancora suonato. Non so che cosa è. So che lo sentirò nel momento in cui me ne impossesserò, ma anche allora continuerò a cercare. »
(citazione riportata da Frank Kofsky nelle note di copertina scritte per l’album The John Coltrane Quartet Plays).

E sarà proprio questo treno che gli farà incidere album che diventano presto delle “Milestones” della storia della musica: con Miles incide Kind of Blue, con il quale fonda la musica modale, e nello stesso anno estrae uno dei suoi dischi più famosi: Giant Steps, disco innovativo che ha il carattere della crescita artistica: in quegli anni John stava facendo passi da gigante nello studio e nella ricerca musicale, passi da gigante che spiega nel famosissimo brano omonimo che apre il disco, in cui deve affrontare dei salti armonici complessi, insomma: da giganti!

Trane, il Siddharta della musica jazz, il guru, l’asceta e, come dice Luca Losito nel documentario dedicato alla sua vita, un genio in bilico: “Il suo dio: la ricerca, lo studio, la curiosità. Il suo diavolo: l’eroina”, diavolo che gli ha causato molti problemi relazionali e psichici tra gli anni ’50 e i primi ’60.

Con le sue opere Trane ha esplorato e fatto uscire una parte di noi fino ad allora poco esplorata: lo spirito umano, ed è questo che ha cambiato nella nostra società, in un periodo di profondi cambiamenti sociali e, quindi, anche artistici e musicali. Coltrane ha esplorato se stesso e la società.

Ci ha parlato lì, in quegli anni ’50 e ’60, prima e dopo la sua conversione e purificazione dalla droga, anni della segregazione razziale dei neri negli USA, anni dei ghetti, anni figli del Ku Klux Klan dei primi 40 anni del ‘900; ci ha parlato nei ’60 con il free jazz, urlo di liberazione dalla segregazione e urlo di libertà con dischi che fanno fluire la sua essenza di asceta e guru: Ascension, Interstellar Space e soprattutto A Love Supreme, una dichiarazione d’amore, una preghiera di ringraziamento a Dio per la sua guarigione e una preghiera per ciò che voleva comunicarci con la sua musica: essere tutti uniti.

È qua che Trane ci vuole portare, è qua che la sua riservatezza, pacatezza e il suo genio interiore si riversano nella società; tramite la sua musica e l’amore che questa vuole esprimere voleva cambiare il mondo, rendendo unite tutte le genti, con il suo sound che presto si colora di tinte orientali, pur tenendo le caratteristiche della musica occidentale, e A Love Supreme ne è un chiaro esempio; e in parte si può dire che a unire il mondo, perlomeno quella parte di mondo che lo conosce, quel mondo musicale che appartiene agli appassionati e musicisti di jazz, tramite la musica ce l’ha fatta, perlomeno mettendoci d’accordo sul fatto che Coltrane rimane un vero e proprio “santo” della musica, come lui stesso ci ha dichiarato di voler diventare.

 
Mattia Fabris
studente HND in Music

The Wall – Il muro siamo noi

The Wall non è un disco, un film o un’opera teatrale. The Wall è la storia di Roger Waters, un uomo che ha avuto il coraggio di scavare in profondità, attraverso lividi e ferite forse non ancora cicatrizzate. Ha scavato con cura, per tentare di riempire il grande vuoto che sentiva dentro, per trovare qualcosa in grado di abbattere quella serie infinita di mattoni bianchi. Il tempo gli è stato clemente, e la vita ha risposto con un’idea, che lui ha saputo immortalare e incidere su nastro.

L’album fisico è la naturale conseguenza di tutto questo, lo riporta a far memoria di chi è e di chi è stato. The Wall è per lui la vecchia fotografia incorniciata che si può trovare nelle stanze di casa, in grado di farci rivivere il nostro passato e di non farcelo dimenticare mai.

Il processo di ricerca interiore dell’artista e la seguente contestualizzazione storica derivano dal forte disagio esistenziale di una vita isolata, dovuto essenzialmente ad una forte paura del mondo e al trauma della morte del padre, durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa grande difficoltà ha creato in Waters un forte blocco psicologico, che è riuscito a comprendere e convertire in arte, grazie anche all’aiuto creativo degli altri tre “Floyd”.

Waters apre il sipario di questo bellissimo palcoscenico – un palcoscenico che è la sua vita – e inizia a raccontare, partendo dai primi mesi di vita. È qui che fa i conti con il passato, affrontando tutte le difficoltà ed i ricordi legati alla madre e al padre. Il rapporto madre-figlio descritto, che viene tutt’ora studiato da psicologi della corrente freudiana, è infatti sviscerato fino all’osso, poiché riesce a far comprendere all’ascoltatore l’esasperato istinto di protezione della madre nei confronti di Roger dopo la morte del compagno, dovuto alla paura che il mondo esterno lo possa portare via dalle sue braccia. Le immagini ricorrenti descritte nelle prime canzoni, come le “bombe” ed il “nemico senza volto”, non sono altro che quella paura, che viene personificata per dare l’idea di una sensazione pericolante concreta.

La traccia numero sette dell’album, Goodbye blue sky, serve a chiudere il capitolo dell’adolescenza a cui l’autore è particolarmente affezionato. Non mancano infatti riferimenti al dolore e alle ansie dovute a questo cambiamento; nella prima parte del testo, in cui dice: “The flames are all long gone, but the pain lingers on”, si può notare la piena consapevolezza di Roger della grande cicatrice presente nella sua anima; un dolore che ha già compromesso la sua capacità di essere felice.

Da qui inizia un viaggio nella mente dell’autore, dove vengono espresse le grandi paure dovute alla sociopatia e al rapporto con l’ex moglie. Il processo di ‘riabilitazione’ è molto travagliato e vede la sua conclusione in una “visita dal dottore”, raccontata in Comfortably Numb. Il senso di rassegnazione al dolore dell’autore lo porta a ripensare alla vita nel suo insieme (in The show must go on), per poi chiedere aiuto alle anime uccise dal mondo: le grida disperate vengono sostituite da un coro, che rispecchia la grande fragilità di Waters. Parla al padre, chiedendogli di riportarlo a casa; poi alla madre, chiedendole di lasciarlo andare. Dietro a queste parole non si trova la voglia di porre fine alla vita, bensì di trasformarla: un’ultima estrema richiesta di aiuto.

Negli ultimi brani, in cui vengono descritti i massacri della Notte dei Cristalli e delle fughe ebree, vi è una sorta di riconciliazione con il male, che sfocerà poi in presa di coscienza che quel male si potrà sconfiggere solo con la comprensione.
Qui Waters esce dal muro, scrivendo l’ultima pagina di questo libro meraviglioso, in grado di influenzare indirettamente tutta la società adolescenziale che si occupava di musica.

Negli anni Sessanta e Settanta, infatti, l’introspezione non era un’azione ricorrente, poiché, tra la guerra in Vietnam e altri fenomeni sociali, si tendeva a fare della musica un mezzo di sfogo nei confronti di una società ed una politica ingiusta. È solo dopo The Wall che si nota un significativo mutamento delle tematiche, dei testi e delle sonorità: l’adolescente si avvicina a sonorità più cupe, accompagnate da testi altrettanto malinconici, e conseguentemente nascono nuovi generi musicali che hanno dato spunto alla creazione di tantissima musica.

Mi viene in mente il movimento New Wave, divenuto famoso nei primi anni Ottanta, che ha unito il senso di rabbia musicale del punk-rock ad una scelta delle tematiche ed una strutturazione dei testi molto simile a quella adottata da Waters per The Wall. Il processo che è avvenuto è qualcosa di molto naturale, poiché, anche se spesso non veniva esplicato, il senso di paura e solitudine era molto frequente, viste le condizioni politiche e sociali ancora troppo instabili.

Oltre al significato intenso, la contestualizzazione dell’opera ha permesso un forte impatto negli spettacoli live proposti al pubblico, al contrario di ciò che viene invece percepito all’ascolto del disco. L’evocazione della guerra ha consentito la creazione di una scenografia mastodontica, fedele alla grafica e alle illustrazioni del disco, oltre che alle emozioni che esso suscita.

La presenza di comparse umane e non solo ha fatto sì che il concetto di paura e solitudine, che normalmente viene visto come disagio introspettivo, venisse amplificato e fatto sentire con prepotenza. Il musicista diventa così parte integrante della scenografia, disponendosi dietro al muro su cui vengono proiettate immagini forti e denunce sociali alle multinazionali che, secondo l’autore, causano danno alla cultura e alla liberà dell’uomo.

Se parliamo di rivoluzioni, non possiamo non citare quello che è successo a Berlino quando, nel Luglio del 1989, Waters è stato intervistato alla trasmissione radiofonica In the Studio with Redbeard affermando che quel concerto, così tanto atteso, avrebbe avuto luogo solo nel momento in cui il muro sarebbe crollato. Quattro mesi dopo, mentre la Germania stava preparando un piano di riunificazione dello Stato, in seguito alla caduta del muro di Berlino, Roger Waters suonava davanti al mondo intero la sua stessa vita messa in musica, con l’aiuto di grandi artisti di successo come Sinead O’ Connor, The Skorpions, Brian Adams, Cyndi Lauper e molti altri.

Oggi Roger Waters è ancora in attività e continua a proporre lo spettacolo di The Wall in tutto il mondo. Nei giorni di pausa ama suonare la tromba nel cimitero dove riposa la sua famiglia, sostenendo che anche le anime morte hanno bisogno di musica per dormire sonni tranquilli.

Se penso all’idea che sta alle base di quest’opera, non posso non inserirla tra le più grandi che la musica moderna (e non solo) abbia avuto l’occasione di conoscere. The Wall è musica, teatro, arte figurativa, poesia, letteratura e psicologia, ma più di tutto è la prova concreta che il genio umano ha un potenziale infinito, capace di costruire e abbattere muri alti come grattacieli, composti da mattoni di dolore, lividi e ricordi, che ci portano a capire, in un modo o nell’altro, che la vita stessa è l’esperienza più bella del mondo.
Francesco Ceriani
studente HND in Music

Perché Ableton Live dovrebbe essere la tua prossima DAW?

Perform with Ableton Live

Scegliere quale software di produzione musicale (in inglese, Digital Audio Workstation) imparare a utilizzare può far venire il mal di testa: esistono almeno una decina di programmi sul mercato e, se fino a qualche anno fa c’erano delle reali differenze tra uno e l’altro, oggi sembrano essersi tutti uniformati.

Ableton Live rimane ancora, per alcuni aspetti fondamentali, un software unico rispetto alle altre DAW. Negli ultimi anni gli sviluppatori hanno mantenuto una forte impronta innovativa rendendo questo programma la scelta ideale per musicisti, dj, appassionati che vogliono avvicinarsi alla produzione musicale o per chi desidera avventurarsi in complesse sperimentazioni grazie ai numerosi strumenti presenti nel software.

In questo post parlerò di alcune caratteristiche che, secondo me, sottolineano l’unicità di Ableton rispetto a tutte le altre DAW e i motivi per cui dovrebbe essere il prossimo software che dovreste imparare a utilizzare.

Editing non lineare

Ableton Live Clip View

Di solito i software presentano una timeline lineare che scorre da sinistra verso destra. La clip view di Ableton – ovvero la schermata principale del software – si presenta come una griglia suddivisa in righe e colonne: ciascuna idea musicale può essere registrata in clip separati che, poi, possono essere riarrangiati a piacere.

Grazie al potente motore di warping e quantizzazione le tracce audio e MIDI sono sempre sincronizzate con il BPM del brano.

Ableton Push

Ableton Push

Una delle caratteristiche peculiari del software è sempre stata la possibilità di mappare con facilità controller MIDI ai parametri del programma. A partire da marzo 2013, Ableton ha commercializzato il proprio controller: Ableton Push.

Grazie alla perfetta integrazione tra hardware e software è possibile creare un brano dall’inizio alla fine senza mettere mano al mouse e alla tastiera del computer.

Chi si occupa di produzione sa quanto sia poco “musicale” disegnare rettangoli su una griglia utilizzando il mouse. Ableton Push non è semplicemente un controller ma, al contrario, è un vero e proprio strumento musicale, che vi può aiutare a portare sul software le vostre idee senza uccidere la creatività.

Max 4 Live

Ableton Max 4 Live

Chi acquista la versione Suite del software troverà al suo interno Max 4 Live: l’integrazione tra Ableton Live e Max/MSP. Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Max/MSP è un linguaggio di programmazione visuale sviluppato da Cycling 74 che permette di programmare e creare i propri strumenti.

Se state storcendo il naso alla parola “programmazione” non preoccupatevi, non è necessario imparare a utilizzare Max perché esistono numerose librerie di strumenti già pronti che si possono installare sul vostro computer e che funzionano senza scrivere una riga di codice.

Se, ad esempio, state cercando un synth modulare, OSCiLLOT è sicuramente un buon punto di partenza.

Ableton Link

Ableton Link è la novità introdotta nell’ultimo aggiornamento, la versione 9.6 del software. Questa funzione introduce la possibilità di integrare nel proprio setup anche le applicazioni che abbiamo sul nostro iPad o iPhone: grazie a Link le nostre app saranno sempre sincronizzate al nostro progetto.

Ad oggi, Ableton è l’unica applicazione ad offrire un’integrazione così forte tra desktopmobile. Alcuni sviluppatori hanno già inserito questa funzione nelle loro app ma sono convinto che il meglio debba ancora venire (ed è solo questione di tempo). Potete trovare l’elenco completo delle applicazioni compatibili con link a questo indirizzo.

Se sono riuscito a stimolare la vostra curiosità, il prossimo corso di Produzione di Musica Elettronica con Ableton Live si terrà l’ultimo weekend di febbraio. In alternativa, potete iscrivervi alla newsletter per rimanere aggiornati sulle prossime sessioni.

 

Apple Music Memos: registra le tue idee musicali

Apple Music Memos: Registra le tue idee

Ogni musicista lo sa bene: quando arriva l’ispirazione non bisogna lasciarla scappare. In più di un’occasione mi è capitato di assistere a seminari con artisti di fama internazionale in cui veniva consigliato di avere sempre a portata di mano un registratore portatile per salvare le proprie idee.

Uno degli esempi più celebri è la registrazione di Paul McCartney che, svegliandosi con un’idea musicale in testa, canta «Scrambled eggs, Oh you’ve got such lovely legs, Scrambled eggs. Oh, my baby, how I love your legs…», la linea melodica rimarrà la stessa ma il testo e il titolo verranno cambiati per diventare Yesterday, uno dei brani più celebri dei Beatles.

Negli ultimi anni la tecnologia ci è venuta in aiuto: oggi abbiamo tutti un registratore portatile sempre in tasca, il nostro smartphone.

L’applicazione Memo Vocali è presente sull’iPhone sin da iOS3. Dal suo primo rilascio, a parte qualche piccolo aggiornamento grafico, non è cambiata di molto.

Music Memos: l’app pensata per i musicisti

Una settimana fa Apple ha rilasciato sull’App Store una nuova applicazione gratuita rivolta specificatamente ai musicisti: Music Memos (in italiano: Memo Musicali). Se ad una prima occhiata può sembrarci del tutto simile a Memo Vocali, questa nuova app presenta una serie di caratteristiche molto interessanti.

Schermata principale Memo Musicali

 

L’app ha un’interfaccia molto minimale: facendo tap sul pulsante centrale si avvia la registrazione attraverso il microfono dell’iPhone o dell’iPad in alta qualità: il file generato sarà non-compresso.

Selezionando Auto in alto a sinistra, la registrazione si avvierà automaticamente quando la app rileverà l’inizio della vostra performance; il pulsante centrale del menu in alto apre la libreria in cui sono salvate le vostre idee mentre a destra troviamo un accordatore che può sempre tornare utile.

Music Memos riconoscerà automaticamente il BPM, il metro, l’idea ritmica e gli accordi che state suonando e vi darà la possibilità di aggiungere, automaticamente, una linea di basso e un’idea ritmica di batteria generata automaticamente dall’applicazione.

Tenendo premuto per qualche secondo sul pulsante con l’icona del basso potremmo selezionare tra due suoni differenti: basso elettrico o contrabbaso e, su un PAD XY decidere l’intensità (piano-forte) e la complessità della parte (semplice-complesso).

Lo stesso vale per la batteria: possiamo scegliere tra un Kit Moderno e un Kit Vintage, regolare intensità e complessità della parte e se preferiamo che il nostro batterista virtuale suoni principalmente lo Hi-Hat, il Ride oppure i Tom.

Memo Musicali riconosce accordi, BPM e ritmo

Per categorizzare le nostre idee, possiamo assegnare a ciascuna un titolo, dei tag di riferimento e un voto da 1 a 5. Grazie alla sincronizzazione iCloud, le registrazioni saranno condivise automaticamente tra tutti i nostri dispositivi.

Dall’idea al brano: da Music Memos a GarageBand o Logic Pro X

Da Music Memos è possibile esportare la registrazione con o senza le parti aggiunte di batteria e basso.

Tra le varie opzioni, però, la più interessante è sicuramente quella di aprire la registrazione su GarageBand (su iOS o Mac) oppure su Logic Pro X (Mac).

La vostra idea iniziale può così evolversi in un vero e proprio brano musicale: potete lavorare sull’arrangiamento, aggiungere altri strumenti e completare con mix e mastering.

Non c’è musica (né studenti) di serie B

Tra i provvedimenti della Legge di Stabilità 2016 c’è un contributo di 1000 euro che viene dato per l’acquisto di uno strumento musicale agli studenti impegnati in questo affascinante settore; la circolare, però, parla di “studenti dei conservatori e degli istituti musicali pareggiati”, e se così fosse sarebbe una profonda ingiustizia, oltre che una grossa limitazione al concetto di cultura.

Infatti l’industria musicale, che pervade la nostra vita quotidiana, è fatta di musica classica solo in piccola parte. La maggior parte dei ragazzi che sognano di fare i musicisti hanno gusti e aspirazioni ben diverse da quelle dell’orchestra sinfonica e sanno che possono trovare lavoro in ambiti ben diversi, dal palco alla TV alla composizione di musica per videogame etc. Ma in Italia non esistono scuole pubbliche o paritarie di musica non classica e chi vuole intraprendere questa carriera suonando rock, pop, jazz, folk e tutti i loro simili e derivati, non ha moltissime scelte. Fino a qualche anno fa ne aveva esattamente due: si faceva da sé, senza andare a scuola né all’università, con anni e anni di gavetta; oppure andava a studiare all’estero, di solito in UK o USA.

Oggi ha un’altra opzione, ovvero iscriversi ad una delle scuole di musica private che offrono corsi professionali britannici. Corsi reali, inseriti a pieno titolo nell’EQF (European Qualification Framework), che permettono di percorrere l’intera carriera universitaria.

Noi siamo la scuola che per prima (nel 2001) ha importato questi corsi: al CSM College abbiamo annualmente una cinquantina di studenti a tempo pieno, che si impegnano con sacrificio esattamente come i loro colleghi iscritti al conservatorio. I corsi ai quali sono iscritti sono il BTEC Extended Diploma in Music e quello in Music Technology (Livello 4 EQF, 180 crediti) e il BTEC Higher National Diploma in Music (Livello 5 EQF, corrispondente al primo biennio universitario, 305 crediti), gestiti e certificati da Pearson. I nostri ragazzi imparano non solo a suonare, ma a gestire una professione che è per natura mutevole, incerta e impegnativa. Oltre alla musica in tutte le sue accezioni, studiano project management, tecnologia, produzione; sono stimolati a usare la propria creatività, a essere innovativi e a presentare se stessi e il proprio lavoro in modo professionale e intraprendente. E circa l’80% di loro lavora nel settore, una percentuale che ritengo altissima.

Se sarà loro negato di accedere al contributo, si sentiranno discriminati. I loro occhi luccicano davanti alle chitarre elettriche, ai bassi, alle tastiere, alle batterie; spendono tanti soldi per amplificatori e cavi, per tracolle e corde, bacchette e seggiolini, senza dimenticare tutti gli ormai necessari apparati tecnologici: quel contributo farebbe tanto comodo a chi è costretto a investire somme importanti per realizzare il sogno di studiare e fare della propria passione un lavoro. Perché, naturalmente, i nostri corsi costano, benché noi cerchiamo di tenere le quote basse proprio per permettere a tutti di frequentare un percorso che la scuola pubblica non offre.

E allora io mi rivolgo al governo e chiedo di applicare all’elargizione di questo contributo parametri europei: l’accesso sia garantito a tutti gli studenti iscritti in Italia a corsi di musica a tempo pieno, a partire dal Livello 4 dell’EQF. Sono loro che un giorno comporranno le hit delle classifiche, le basi per i talent show televisivi, i jingle per le pubblicità; loro che faranno e/o organizzeranno tour nei palasport e che faranno ballare gli invitati dei matrimoni; loro che ideeranno progetti musicali rivolti alle fasce più deboli e che accompagneranno aperitivi ed eventi congressuali; loro che arricchiranno la cultura popolare di nuovi temi, nuove sonorità; loro che insegneranno a tanti altri ragazzi, contribuendo a costruire un pubblico consapevole e abituato all’ascolto.

La musica è bella tutta, e tutta costruisce la nostra cultura. L’Italia si riconosce nelle canzoni di De André come nei melodrammi di Verdi; non c’è, non ci deve essere differenza. Non c’è musica di serie B, quando è musica composta e suonata mettendo a frutto competenze e conoscenze. E, soprattutto, non ci sono studenti di serie B: tutti hanno passione, tutti studiano con sacrificio, tutti devono avere gli stessi diritti.

Lucia Corona Piu
vicepresidente CSM College
BTEC ED in Music Course Leader

Sonata in Eb per iPad

Orchestra di iPad

Torniamo a parlare di musica e tecnologia.

Con questo articolo, Luca Fagagnini ci presenta la sua opinione riguardo la facilità con cui, oggigiorno, chiunque può fare musica. Aprire gli orizzonti, non fermarsi ad una critica sterile e superficiale, scoprire il bello in ciò che è nuovo e sconosciuto: credo che alla base dell’articolo ci siano questi valori.

Buona lettura!
Lucia

———————————————-

Sonata in Eb per iPad
di Luca Fagagnini – @LukeFaga

In fisica, generalmente, si parla di potenziale quando ci si riferisce ad una forza che un oggetto possiede a causa della sua posizione od orientazione rispetto ad un campo di forze, quindi, in sostanza, un’energia interna non ancora sfruttata o utilizzata.
Nella vita reale tutti, potenzialmente, siamo in grado di fare qualunque cosa e ci evolviamo, sviluppando capacità singolari in modo tale da sfruttare tutto il potenziale che abbiamo nel fare una data cosa che stuzzichi la nostra fantasia, gli interessi, il bisogno.

Parlando più chiaramente, abbiamo il grande potere di fare tutto ciò che vogliamo, ma, purtroppo, non disponiamo di risorse, conoscenze o tempo per poter fare ogni cosa: se volessi diventare un corridore mi basterebbe andare ad allenarmi e, giorno dopo giorno, raggiungerei i miei obiettivi, se volessi diventare astronauta, potrei cominciare a studiare e darmi da fare per diventarlo, eccetera.
Se volessi fare il musicista, dovrei acquistare uno strumento, spendere tempo e sudore per imparare le prime note, teoria, armonia, strimpellare e, dopo un po’ di anni, acquisire una minima dimestichezza per emettere qualche suono che possa risultare un po’ più ascoltabile di un concerto per foche artiche.

Sbagliato!

Certo, fino qualche tempo fa funzionava così: le risorse erano tali per cui il fare musica (qualunque e con qualsiasi strumento) richiedeva esattamente quanto detto sopra, quindi sviluppare il potenziale musicista dentro di noi sarebbe stato abbastanza difficile, soprattutto in termini di tempo, ma con l’avvento dello smartphone abbiamo assistito ad una rivoluzione anche nel campo della musica.

Infatti, premettendo che al giorno d’oggi è diventato difficile trovare qualcuno che non possegga un telefono paragonabile ad un computer in termini di potenza, praticamente tutto il mondo moderno, e ogni essere umano in possesso di uno di questi aggeggi, porta con sé in tasca uno strumento musicale.

Ogni singolo iPhone, iPad, tablet e smartphone ha la possibilità di installare applicazioni atte ad emettere suoni, produrre, ascoltare, condividere, creare e comporre musica, con strumenti e possibilità sonore praticamente infinite, che vanno da suoni campionati a sintesi vera e propria.
In realtà, la vera innovazione in termini musicali si trova in una funzione presente in quasi tutte queste applicazioni a portata di tutti, che permette di creare musica a orecchio senza conoscere teoria o concetti base di armonia, sfruttando la semplice programmazione dell’App.

Sto parlando della funzione di selezione delle scale utilizzabili.
In pratica, questa funzione permette di scegliere una scala musicale (una serie di note definite da una data distanza intervallare tra le stesse) in un database di praticamente tutte le scale esistenti, trasformando il nostro tablet in una tastiera con la possibilità di utilizzare solo ed esclusivamente le note della scala selezionata, rendendo praticamente impossibile sbagliare.
L’esempio più semplice si trova nell’applicazione Garage Band su smartphone e tablet Apple: questa applicazione, come molti sapranno, permette di registrare più tracce con strumenti diversi (sia virtuali che reali, come una voce o una chitarra), rendendo possibile la creazione di vere e proprie canzoni da chiunque.

Non si diventerà dei veri musicisti, ma che importa se ciò che ne esce risulta bello da ascoltare e, soprattutto, è stato fatto grazie alla creatività, la passione e le emozioni di chi l’ha composto? Inoltre, nell’ipotetico e difficilmente possibile caso in cui qualcuno abbia una connessione ad internet, è entusiasmante sapere che siamo nell’era dei tutorial, un bellissimo mondo in cui internet permette di scoprire, informarsi ed imparare praticamente tutto, da una ricetta a come costruire una bomba atomica (!), indi per cui le possibilità di trovare lezioni, spartiti e metodi completamente gratis per l’apprendimento musicale sono moltissime.

Tutto ciò potrà anche non essere paragonato all’imparare a suonare uno strumento reale, conoscere ciò che si sta facendo, eccetera, ma offre una spinta per liberare il potenziale musicista dentro ognuno di no. Poi, chissà, magari qualcuno un giorno si inventerà di creare un’orchestra di iPad